RIPERCORRENDO LE VIE DEI CANTI un’analisi di “Samsara” (Alice) di Antonello Saeli

di Antonello Saeli

Non è mai facile mantenere il precario equilibrio dell’oggettività, quando ci si trova a commentare il lavoro di un’artista che occupa un posto speciale, intimo e segreto, all’interno del nostro cuore. Un’artista, le cui sperimentazioni musicali e liriche hanno profondamente lasciato il segno nell’anima. Non è mai facile avvicinarsi ad un nuovo lavoro di Alice, soprattutto quando ci si accorge che sono trascorsi quasi tre lustri dalla precedente raccolta di materiale inedito, e si è vissuta l’attesa con lo sguardo teso all’orizzonte, gli occhi accecati dai bagliori, la mano a coprirti gli occhi umidi e colmi di palpitante aspettativa.

Sarebbe un errore, però, lasciarsi trasportare ciecamente dal vortice emotivo del sentimentalismo, o farsi facile preda degli insidiosi paragoni con l’imponente mole di certi suoi lavori precedenti, perché questo nuovo disco respira già dal suo affascinante titolo arie di rinnovamento, muovendosi a passo leggero lungo il ciclico percorso di ogni esistenza umana.

C’è, in “Samsara”, l’apparente contrasto del profondo e del lieve, l’abbraccio mai banale tra la coscienza esistenziale dello sguardo rivolto all’intimo soffrire dell’anima, e il più leggero soffio sulla superficie delle cose. E questo rotondo vagare tra ogni inizio indistinto e la sua ignota conclusione, quelle “due eternità” già così magistralmente dipinte in “Tempo senza Tempo”, trova tangibile prova nella ponderata scelta di aprire il lavoro con una morte (“Morire d’Amore”) e nel chiuderlo idealmente con una rinascita (“Al Mattino”). Lungo tutto il percorso tra questi due estremi, una sequenza di brani che offre l’interessante spettacolo del gioco della luce e delle schegge di colore, all’interno di un immaginifico caleidoscopio di cartone. Certo, alcune schegge brillano più di altre, ma il firmamento ci annienta da sempre con la bellezza delle sue “luci lontane”, non importa quanto grandi o luminescenti. Ogni stella ha motivo di esistere, così come ogni pezzo di questo intrigante mosaico ha una sua ragion d’essere, forse in un’ottica più ampia e distante dalle piccole cose terrene, e di certo all’interno del percorso artistico di Alice.

Le collaborazioni più riuscite, quelle che lasciano trasparire la reale profondità del sentimento di appartenenza al mondo dell’altro, sono quelle che viaggiano lungo i binari conosciuti del condiviso, di un passato glorioso ma sempre attuale, di una ricerca spirituale e personale che innalza la forma canzone verso i sacri lidi della preghiera. Non c’è dubbio che l’artista senta un trasporto emotivo davvero unico, nell’interpretare ciò che l’estro creativo di Di Martino e Battiato ha da offrire, all’attento orecchio di chi sa ascoltare.

Come il Mare”, uno tra i pezzi in assoluto più riusciti dell’intero disco, un brano che sembra naturale estensione di certe raffinate sonorità liriche che transitavano lungo le più sperimentali vette di “Charade”, o dell’ambiziosa proposta di “Devogue”, è non solo centro fisico dell’universo di “Samsara”, ma anche punto di fuga verso nuove sperimentazioni vocali e musicali. Poetico e straziante, si dispiega col suo andamento magico, fra tessuti sonori percussivi e giochi a due voci, in un crescendo di grande rigore stilistico ed estetico.

In “Un Mondo a Parte”, che richiama da vicino certe magistrali, rarefatte atmosfere dell’eterno Tenco, soprattutto in quegli sparsi versi iniziali, la necessità di dare voce all’intimo legame d’amore, si tramuta in elegia e in accorata invocazione alla sacralità del condividere quotidiano del sentimento. Il mistero della semplicità del gesto d’amore conquista così uno spazio esclusivo e perfetto, agognato ma spesso troppo raramente raggiunto. Il tuffo in fondo al pozzo del verso finale ci riporta d’un tratto alla Alicedegli esordi,

con la sua voce intrisa di romantiche, infantili certezze. Uno dei tanti richiami al passato, di cui questo disco è spesso costellato.

Ancora una volta Battiato si fa tramite di mistiche elucubrazioni, grazie alla misteriosa, strana bellezza di “Eri con Me”, eloquente ode al potere del fato e alle oscure vie che governano i rapporti umani. In una breve danza fatta di presenze e assenze, di continui rimandi a concetti così cari agli studiosi di culture orientali, l’autore siciliano confeziona un gioiello di intensità emotiva che sembra sfuggire leggero dalle gonne vorticanti di un derviscio, o prendere vita dalle pagine segrete degli incontri straordinari di Gurdjieff.

Sul fronte dell’avrebbe potuto essere ma non è, “Cambio Casa”, un poco convincente intermezzo ritmico che sembra passare lì per caso, suona un po’ come il maldestro tentativo di ripercorrere l’avanguardia sperimentale di “Cosa Succederà Alla Ragazza”, ma in assenza del genio creativo del duo Battisti-Panella. La collaborazione con Ferro, anche nella non esaltante “Nata Ieri”, appare purtroppo come un tentativo riuscito solo a metà, un incontro un po’ troppo stridente tra elementi di generazioni lontane.

Anche l’approccio molto diretto, asciutto e lineare, con cui Alice si avvicina agli autori delle tre cover contenute nel disco, non risulta purtroppo sempre vincente. Se da un lato la versione studio di “’A cchiù bella”, già proposta in precedenza all’interno del live “Lungo la Strada” del 2009, tocca le corde giuste e commuove nel suo personale omaggio a Giuni Russo, non si può dire altrettanto dello scarno arrangiamento con cui viene proposta “Al Mattino”, una canzone che sembra non riuscire a trovare del tutto una giusta dimensione all’interno dell’album. L’eterea “Il Cielo”, divenuta postumo omaggio a Dalla, si libra su ali impalpabili, planando leggera come aliante, sfiorando le nubi al suo passare, in un ideale abbraccio con la “Lindbergh” di “Viaggio in Italia”.

Orientamento” e “Sui Giardini del Mondo” mostrano due aspetti molto diversi delle indubbie abilità compositive di Alice che nel primo brano propone, sulla base di un testo intimista, una linea melodica essenziale, un ritornello accattivante ed una generale sensazione di apertura ad un certo ‘pop’ di più facile presa, tornando a paesaggi più corposi ed impegnativi sul secondo, i cui giochi di controcanto aprono prospettive interessanti e degne di ulteriore sperimentazione.

Per tornare alla collaborazione più convincente dell’intero lavoro, quella con Mino Di Martino, “Autunno già” e “Morire d’Amore” raggiungono entrambi vette di alto lirismo, spinti da tessuti d’archi di forte impatto emotivo e da performance vocali profondamente sentite e comunicative. Ancora una volta Alice appare perfettamente a proprio agio nel navigare le acque tempestose dell’emozione, se sostenuta dalla poesia dei testi e dalla profondità delle armonie.

Questa è la recensione del nostro carissimo amico siciliano Antonello Saeli.
Di recente ha pubblicato la sua ultima raccolta di racconti “L’uomo che dimenticò di morire”

che si apre con Morte di Ofelia… una analogia con l’apertura di SAMSARA che non potevo non notare appena letta la recensione…  

Qui il link al suo blog

3 pensieri su “RIPERCORRENDO LE VIE DEI CANTI un’analisi di “Samsara” (Alice) di Antonello Saeli

  1. Grazie infinite a Flavio e Cristina per la stima e l’affetto con cui accolgono i miei scritti. Spero di continuare a meritarlo, in futuro. Un abbraccio.

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